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Frenesia
tra i vapori e il silenzio della stagionatura
Decine e decine di
camion passano di stalla in stalla per riempire il proprio pancione di questo
latte, fortuna della natura, che le femmine degli allevamenti animali ci donano
in abbondanza: nel giro di pochissimo tempo lo depositano in caseificio.
E ora vedremo il
latte trasformarsi. Tra i gesti precisi, concitati, silenziosi del casaro e dei
suoi uomini, che si muovono decisi e leggeri, come in un balletto, tra vasche,
termometri, pale, filtri strani e i fumi che trasudano dalle caldaie… Come non
essere presi da tanto incanto?
Come non possiamo
commuoverci nel vedere che sotto queste azioni standardizzate il fluido latte
cambia stato, muta le sembianze, si contrae e diventa altro, prima cagliata e
poi formaggio? Merito di tante cose insieme e con la partecipazione di una
sostanza che permetteva già ai primi pastori di trasformare il latte in cacio,
ovvero il caglio.
Liquido, se
vogliamo formaggio fresco, o in polvere, se il Provolone Valpadana dovrà essere
stagionato. Oggi, come in epoca preistorica, il caglio è un elaborato della
natura che ci viene dagli animali, vitelli (per il formaggio dolce), agnelli o
capretti (per il formaggio piccante), e che fa coagulare il latte. |

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consegna del latte |
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aggiunta caglio liquido |
Ma prima ancora di
usare il caglio i casari impreziosiscono il latte di un altro potentissimo
elemento naturale, il siero-innesto, che è siero tenuto da parte il giorno
prima (il siero è quel liquido che resta nella caldaia quando la cagliata si è
solidificata) e lasciato riposare un giorno e una notte. Questa sostanza è
fornitissima di microrganismi preziosi come l’oro per i fenomeni che andrà a
muovere nel futuro formaggio, ma anche perché sono questi fermenti che,
trasmettendosi di giorno in giorno da un formaggio all’altro, gli imprimono il
timbro, nascosto e intrinseco, ma forte, caratteristico del luogo, del
caseificio e del bestiame delle stalle che lì destinano il loro latte.
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caldaia |
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Nelle caldaie dei
caseifici da Provolone Valpadana la cagliata viene rotta una prima volta, poi anche
in una seconda fase, con un palo che in cima si apre in un groviglio di lame
taglienti, e poi viene “cotta”.
Ma l’azione più
caratteristica del procedimento millenario che ci porta a ottenere Provolone
Valpadana è la “filatura” (si parla infatti di formaggio a pasta filata). |

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filatura |
Degli stampi fatti
apposta permettono alla pasta di essere modellata secondo la forma che si
vuole: sferica, a pera, cilindrica, a salame, a mandarino… Il sale darà
l’ultimo tocco al futuro formaggio, prima del riposo nel magazzino di
stagionatura. Per la salatura le neoforme di Provolone Valpadana vengono calate
in grandi vasche per immergersi in acqua arricchita di sale marino.
Una volta tirate
fuori dalla salamoia, le forme vengono lavate in acqua fredda e legate. |
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salatura - salamoia |
La “legatura” con
delle corde adatte è un altro tocco speciale dato dal casaro al suo formaggio,
che così lo riveste di un’altra antica usanza che non si è mai persa e, come
tutte le altre fasi del metodo di lavorazione, è registrata in un documento,
chiamato Disciplinare di produzione, che viene seguito alla lettera. |

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raffredamento - rassodamento |
Ma è durante la
stagionatura che l’incantesimo si compie del tutto, complice il tempo.
È qui che nel giro
di qualche giorno o di alcuni mesi, anche oltre un anno, nel formaggio maturano
le sostanze, lavorano i batteri, si formano nuovi sapori: nasce il Provolone
Valpadana D.O.P., dolce o piccante, fresco o maturo. Sempre a Denominazione di
Origine Protetta, perché l’Unione Europea così lo ha laureato.
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legatura |
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magazzino mandarini |
magazzino pancette |
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